Un nuovo anno è iniziato. Ormai da qualche giorno abbiamo fatto i primi passi in questo 2025 e ne approfittiamo per riflettere sul senso profondo dei progetti che realizziamo insieme.
La nostra missione è chiara: essere al fianco di pazienti e familiari che affrontano un percorso di cura al Policlinico. La vita, in tutte le sue fasi, e ancora di più in quelle segnate dalla malattia, merita di essere vissuta al meglio, con dignità, vicinanza, cura e amore. Affrontare un percorso di cura fa emergere le nostre fragilità, ma anche quella forza nascosta che spesso dimentichiamo di avere. È un’esperienza che ci richiama alla nostra umanità, rivelando quanto siano preziosi i legami che ci circondano.
Ed è qui che ci siamo fermati a riflettere su due parole chiave: umanità e comunità.
Umanità perché significa moltitudine, ma anche unicità; fragilità, ma anche forza. È qualcosa che nasce dentro e si manifesta come una carezza calda che raggiunge i cuori di chi ha bisogno di conforto. Umanità significa riconoscersi nell’altro, sperare per ognuno di noi in una vita piena e significativa. È scegliere di non lasciare solo chi deve affrontare le difficoltà e trovare la bellezza anche nei momenti di grande sofferenza. È guardare con il cuore, perché solo quando piove e splende il sole insieme possono accadere meraviglie, come un arcobaleno.
Comunità è ciò che rende tutto questo possibile. Essere comunità significa sentirsi parte di qualcosa di più grande, condividere emozioni e speranze. È costruire insieme un tessuto fatto di relazioni autentiche, in cui ognuno può dare e ricevere. Comunità significa essere presenti, sostenersi a vicenda e sapere che nessuno è solo. È il luogo in cui l’amore per l’altro si concretizza, diventando un abbraccio capace di trasformare la sofferenza in speranza e la fragilità in forza. Perché quando siamo insieme, siamo come stelle di una stessa galassia: ognuna brilla della propria luce, ma unite creiamo costellazioni che guidano e danno senso all’universo che abitiamo.
Per rappresentare tutto questo abbiamo scelto 7 compagni di viaggio che portiamo con noi nel 2025, che ci hanno ispirato e che rappresentano per noi degli esempi di umanità e cura, quella che ogni giorno costruisce comunità.
MARYANA

Ci chiama il reparto: “una mamma ha bisogno di voi”. In Pediatria incontriamo per la prima volta Maryana e suo figlio Tymofili di 10 mesi con una rara malattia mitocondriale. Maryana ha bisogno di uscire per fare piccole commissioni, una doccia, forse per prendere una boccata d’aria ma non vuole che suo figlio rimanga solo. “Puoi andare, con Tymofili restiamo noi” – Lei sorride, dà un bacio a suo figlio e esce.
La mamma torna, è raggiante. “Prossima volta?” – “Certo”. Il tempo passa, le giornate cambiano velocemente ma continuiamo a tornare. Un giorno le chiediamo: “Possiamo far venire da Tymofili la musica?” – Le sue labbra si tendono fino a diventare un sorriso. Gli occhi si aprono. “Sì!” Iniziano così degli incontri per lei e Tymofili con i musicoterapeuti. 40 minuti a settimana suddivisi su due giorni.
Passeremo insieme 3 mesi, festeggeremo insieme anche il primo compleanno di Tymofili. In questo tempo impariamo a volerci bene. “Vi porteremo sempre nel nostro cuore” è la frase che le abbiamo scritto in Ucraino nel bigliettino del regalo che le abbiamo fatto. Una piccola statuetta che raffigura una mamma con le ali, una mamma che ha dei super poteri proprio come quelli di Maryana. Una mamma che solleva suo figlio per le braccia. Lo sostiene, e per saperlo fare, occorre saper volare.
SARAH

Poche parole ma che sono arrivate dritte al cuore: “non posso farlo per me stessa, ma posso e voglio farlo per le altre”. Sarah ha occhi scuri, pieni di luce. Una giovane donna piena di energia, che ha scelto di fare della sua storia un progetto che possa fare la differenza nella vita di altre donne. Sì, perché Sarah ha 36 anni e un tumore metastatico al seno e la sua storia è un intreccio di amicizia, amore, talenti e vicinanza.
Sarah scopre all’età di 31 anni di avere un nodulo al seno: “sono giovane per un tumore al seno” e da qui le visite, la diagnosi, il percorso di cura per convivere con la malattia. In queste situazioni ci si pone molte domande: perché a me? Avrei potuto prevenirlo? Ma Sarah si fa un’altra domanda: “cosa posso fare per evitare che succeda a qualcun’altra?”
Da qui prende vita un progetto, il suo e di tutte le persone che hanno scelto di esserci. Si chiama: “Per quel tocco in più”, un tratto di matita che si è trasformato in un cortometraggio sulla sua storia e delle persone incontrate in questo viaggio. Un grido della voglia di vivere, una voce da ascoltare e che ci dice “pensateci, prevenite”. “Per quel tocco in più” è l’inizio di un viaggio che abbiamo scelto di fare mano nella mano con Sarah e che continueremo insieme per aumentare la consapevolezza perché più si fa prevenzione, più si possono avere diagnosi precoci, più si può guarire e cambiare il finale.
Grazie a Sarah per averci toccato il cuore perché l’amore ha un solo perché: perché sì. A Sarah e ai suoi sì.
GIOVANNA

In sede sono arrivati i volontari per impacchettare i libri da portare in reparto e ognuno di loro deve scegliere da un grande sacchetto un libro letto o consigliato da Giovanna, la nostra Giò, per portarlo in reparto nella libreria che le abbiamo dedicato.
Giovanna: sagace, divertente, generosa, con gli occhiali sulla punta del naso per leggere meglio. Giovanna ha la grande capacità di sciogliere i cuori così che cadere dentro un abbraccio sia più semplice. Giovanna non c’è più ma c’è sempre.
Ci commuove pensare a tutte le energie e l’amore che ha dedicato ad alcuni progetti e che ne abbia anche potuto beneficiare durante il suo ricovero. Ci commuove sapere che una paziente del Day Hospital, che lei accompagnava in veste di volontaria, un giorno non vedendola più ha chiesto di lei e ha scoperto, soffrendone, che era diventata lei stessa paziente oncologica e della sua scomparsa. Ci commuove sapere che, anche nella difficoltà e fragilità, è rimasta la donna che conosciamo, aperta alla vita e che era fiera della Fondazione, di noi tutte e tutti insieme, di questa comunità che rende possibile una cura più umana. Ci commuove il segno che ha lasciato in reparto, le letture a lei dedicate che raccontano di lei anche a chi non l’ha conosciuta.
È stata davvero capace di consegnare una goccia di splendore. Siamo grati di averla incontrata e amata. Giò è una persona speciale e porteremo con noi tutto quello che ci ha insegnato.
MARA

“Il cuore non funziona bene”, è quello di Mara, “non possiamo fare altro che aspettarne uno nuovo”. Le condizioni si aggravano, Mara deve ricoverarsi. È già da tempo che ci conosciamo, da quando l’abbiamo accolta la prima volta a Casa Emilia un paio d’anni prima e ci siamo rivisti ogni volta che lasciava le sue Marche per venire qui a fare le visite.
In questi anni è sempre stata al nostro fianco. Ha sempre portato nel cuore Casa Emilia e ha sempre pensato di sostenerla anche da lontano con i suoi burraco, anche quando mentre era su un letto di ospedale suo padre è venuto a mancare, ha scelto di ricordarlo con una donazione in memoria.
Casa Emilia è diventata casa sua e le ha restituito l’affetto quando lei ne ha avuto più bisogno, ogni giorno i volontari sono andati a trovarla, quando ricoverata, non sapeva se sarebbe sopravvissuta, quando non sapeva se quel cuore sarebbe mai arrivato. Un percorso lungo che da agosto dell’anno scorso non le ha più fatto vedere il cielo sopra la sua testa, un percorso dove camici e cuffiette per la terapia intensiva diventano l’abito dell’incontro, dello stare insieme ma anche dell’incertezza: “ci vedremo domani?”.
E poi il trapianto inaspettato come fosse destino che Mara continuasse a vivere e lottare. Un cuore nuovo, un gesto d’amore di uno sconosciuto, un gesto d’amore per la vita. Quel cuore nuovo con una carezza inizia a battere in un nuovo petto. Mara Sofia, questo il nuovo nome che ha scelto per onorare la chirurga che l’ha operata. Mara Sofia è come un’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri più forte di prima, un esempio per tutti noi di rinascita e di resilienza.
GIOVANNI

“Quando torno a Bologna, se c’è bisogno ci sono” così Giovanni ci saluta prima di mettere giù la videochiamata “ci sentiamo presto”. Giovanni ci chiama per condividerci la gioia di farci vedere il suo mare e come crescono le piantine della Lella, anche adesso che lei non c’è più. Perché oltre alle piantine non è il dolore che coltiva, ma l’amore.
In ogni chiamata il telefono rimbalza di mano in mano per farci un saluto e scambiarci due parole, alle volte gli facciamo vedere che qui il tempo non è bello come lì e ci facciamo abbagliare un po’ dal sole caldo della sua Puglia, quasi come se fosse possibile sentirlo sulla pelle. Chiacchiere semplici quelle che si fanno con a chi si vuole bene.
Giovanni, cappellino sempre in testa e baffi curati, è quel tipo di persona, quella che ti porta sempre nel cuore. Quando torna a Bologna per andar a trovare la figlia, pensa subito a come essere d’aiuto mentre è qui, potrebbe dedicarsi a tutto ad altro ma lui sceglie di mettersi a disposizione degli altri, senza mai dimenticarsi di portare un piccolo dono per noi come la cioccolata “quella buona” che viene dalla Svizzera o le verdure che crescono nel suo orto.
Durante una delle mattine libere prima che riparta, passa in sede, ci prendiamo un caffè, indossa la sua pettorina da volontario della Fondazione e va a fare accoglienza. Perché lui è così, dove va semina un po’ di bellezza. Grazie Giovanni.
SERENA

Serena e la sua famiglia stanno per festeggiare un momento felice, un’occasione speciale che sceglie di celebrare con una donazione del cuore: “il vostro progetto è doppiamente significativo per me” è quello che ci dice subito.
Serena è un ingegnere biomedico, ha scelto di dedicare una donazione a Battiti, condivide con noi la consapevolezza della potenzialità della telemedicina e di quanto sia importante per migliorare la qualità di vita dei pazienti. Ma Serena ci racconta anche altro: “questa donazione è per il battesimo di mio figlio Federico che ora ha due anni, abbiamo dovuto aspettare un po’ “. Sì, perché Federico ha un fratello di due anni più grande, Edoardo che è nato con un difetto cardiaco congenito e che l’anno precedente ha dovuto affrontare un intervento per correggerlo.
“Edoardo ora sta bene” capelli biondi, occhi azzurri, sorride insieme al fratellino più piccolo mentre giocano. Ora è il momento di festeggiare! Prepariamo delle pergamene da poter condividere con gli invitati al battesimo di Federico: “voglio che anche gli altri conoscano quello che fate”.
Serena e la sua famiglia hanno scelto una donazione del cuore, hanno scelto di potarci con loro in un momento importante delle loro vite, hanno scelto di non dimenticarsi di chi vive un percorso di cura. Serena ha rappresentato per noi l’insieme di cuore di mamma, del calore di una famiglia, di passione e professionalità, di sensibilità e altruismo. Siamo grati di essere stati al fianco di Federico durante questo momento unico, felice e così generoso.
CHIARA
“Posso fare qualcosa in più?”dice un’email che ci è arrivata. La scrive Chiara, donatrice della Fondazione fin dal 2020. Da tre anni ha scelto di sostenere in modo continuativo Casa Emilia e vuole aumentare un po’ la sua donazione per aiutare ancora un po’ di più. Chiara è una delle preziose persone che con il loro supporto sono al nostro fianco per costruire insieme un percorso di cura diverso, che non lasci indietro nessuno in quei momenti della vita dove il peso delle cose diventa difficile da portare da soli.
Quando ci sentiamo per la prima volta sappiamo poche cose di lei, è nata a Bologna e vive a Bruxelles ma più importante, è una giovane donna generosa e sensibile che crede nell’importanza dei progetti che realizziamo insieme. Stiamo verificando insieme che la donazione stia continuando regolarmente e non ci siano stati problemi, tutto in ordine ma iniziamo a conoscerci un po’ meglio. Ci risentiremo presto per aggiornamenti, ci diamo un nuovo appuntamento per farle sapere le novità sul progetto.
Una nuova email: “Buon anno nuovo!”, che bello che inizia ancora insieme. Noi con Chiara non ci siamo mai visti, non sappiamo che colore hanno i nostri occhi, le nostre mani non si sono mai toccate. Eppure si instaura tra noi un legame dalle sfumature un po’ retrò, quasi un’amicizia epistolare. Le raccontiamo cosa succede qui, come cresce il progetto di Casa Emilia, le raccontiamo le storie di chi vive qui in questa casa che anche grazie a lei tiene le sue porte aperte.
La famiglia di Chiara si è allargata e forse non riusciremo a vederci quest’anno ma sicuramente ci sentiremo. Aspettiamo quando riusciremo ad incontrarci di persona, a farle visitare Casa Emilia e poter passare insieme un po’ di tempo. Sarà emozionante!